Comunicare l archeologia

martedì, 16.02.10

Philip Matyszack, Roma antica per 20 sesterzi al giorno

Si può spiegare la società romana creando un’illusione? Fingendo di trovarsi a passeggiare per le vie di Roma antica?

P. Matyszack crea, per poter spiegare i vari aspetti della vita e della società romana, una guida turistica sul modello Lonely Planet pensata per l’uomo moderno, abituato più a viaggiare che a studiare, e più a leggere una guida turistica che un libro di storia. A partire dal titolo accattivante, “Roma antica per 20 sesterzi al giorno”, e dal sottotitolo degno di un manifesto pubblicitario, “la tua guida low cost nella Roma dei Cesari”, presenta a questi improvvisati turisti del passato che sono i suoi lettori, i vari aspetti della società romana imperiale: come arrivare a Roma, dove alloggiare, dove cenare, dove fare shopping...categorie tipiche del nostro comune linguaggio applicate ad una società antica, quella della Roma imperiale.

roma antica per 20 sesterzi al giorno

Il rischio di un’operazione del genere è di mischiare insieme vari momenti della lunga vita dell’Impero, ingenerando in qualche caso un po’ di confusione, cosa che purtroppo accade in più di un’occasione. Ma ciò che qui interessa non è valutare la completezza dei contenuti,  ma piuttosto porre l’accento su un modo senza dubbio innovativo di raccontare la storia.

Dovendo fare un confronto con un’altra opera che crea l’illusione di passeggiare per Roma imperiale, “Una giornata nell’antica Roma” di Alberto Angela, notiamo che questa è più coerente, ambientata in un preciso momento storico, l’età traianea, da cui non si discosta, ed è più completa. Ma il libro di Matyszack è ulteriormente innovativo rispetto a quello di Angela, nel suo modo di porre l’argomento: una serie di consigli pratici al lettore che vuole conoscere Roma. Se A. Angela realizza un libro-documentario, con le sue descrizioni che sembrano riprese televisive (cui senz’altro il lettore è più abituato rispetto al libro nudo e puro), Matyszack realizza una guida turistica, con info pratiche e un linguaggio immediato che ben risponde alle esigenze del lettore che, come dicevo all’inizio, nella vita di tutti i giorni è più propenso a progettare un viaggio che non a studiare storia e che magari ha paura di affrontare un libro su Roma antica perché teme di trovarsi davanti un saggio di difficile lettura.

Sperimentare, utilizzare un nuovo linguaggio, una formula innovativa: il risultato va sicuramente preso in considerazione e deve spronare chi si occupa di comunicazione, o di divulgazione, dei Beni Culturali, dell’archeologia, della storia e delle antichità in genere, a cercare sempre nuovi metodi di approccio al pubblico che, ormai lo sappiamo, dev’essere accompagnato nella lettura, dev’essere incuriosito e stimolato a tener viva l’attenzione e non deve restare passivo, ma dev’essere coinvolto: così fa, infatti, il lettore di Matyszack: mentre legge, progetta la sua “vacanza”, prende nota delle abitudini dei Romani, interagisce. E la comunicazione della storia, in questo modo, è efficace.

16/02/2010

Marina Lo Blundo

giovedì, 29.10.09

Comunicare gli archivi: resoconto dell'incontro di Torino

Lorenzana Bracciotti, archivista e specializzanda in Archeologia Classica a Genova, ci fornisce il resoconto della Giornata “Comunicare gli archivi”, di cui abbiamo dato segnalazione qui.

 

Far parlare gli archivi, per di più ad un pubblico di non specialisti, è una sfida, faticosa ma stimolante, che richiede continuo confronto e scambio di vedute. Se ne è discusso ieri all’Archivio di Stato di Torino, nell’incontro “Le voci dei documenti. Comunicare gli archivi: nuove esperienze di valorizzazione e divulgazione”, durante il quale sono stati affrontati tutti gli aspetti della questione, dalla didattica archivistica all’editoria specializzata, fino alla valorizzazione dell’archivio di impresa.

Fondamentale, come emerso da tutti gli interventi, è la creazione di un rapporto di scambio e collaborazione. Il documento non va presentato con sussiego sacerdotale ad un pubblico rispettoso ma passivo. Va invece visto da vicino, interrogato, toccato (con le dovute cautele) e soprattutto messo in relazione: con le altre fonti, con le vicende personali, con il territorio.

Roberto Grassi, funzionario della Direzione generale Culture della Regione Lombardia, ha presentato riuscite esperienze di incontro tra documenti e scrittura narrativa. I laboratori, condotti in Lombardia da ormai un decennio, sono rivolti sia alle scuole sia agli adulti: l’“archivista narratore”, partendo dallo studio dei documenti, si appropria letteralmente della vicenda, per restituirla sotto forma di racconto.

Il tema del rapporto tra archivi e strumenti informatici è stato affrontato da Riccardo Lorenzino e Augusto Cerchi, fondatori, rispettivamente, di Hapax Editore e dell’agenzia Alicubi, che si sono interrogati su modi e misure della digitalizzazione del documento storico e della creazione del sito web culturale. Lorenzino ha istituito un suggestivo (e gradito) confronto tra l’archivista e l’archeologo da campo, invitando al lavoro basilare sulle fonti e sulle loro connessioni, in quello che potremmo definire uno “scavo in estensione”. Condivisibili le riserve nei confronti di progetti inutilmente costosi e spettacolari - come la recente creazione della Gioconda parlante – che poco aggiungono alla comprensione del documento, ridotto piuttosto ad immagine esornativa ed inflazionata.

Cerchi ha illustrato l’approccio non informatico al progetto web, rivendicando l’importanza dell’archivista e dell’umanista in generale. A loro il delicato ruolo di “mediatori culturali” tra contenuto e destinatari – spesso ben definiti ed esigenti – in costante e non arrendevole collaborazione con il web designer.

Graziana Bolengo, direttrice dell’Archivio di Stato di Biella, e Silvia Olivero, responsabile dell’Archivio Storico del Comune di Savigliano (CN), hanno illustrato le attività didattiche realizzate nei rispettivi istituti. Progetti di “alto artigianato” portati avanti con finanze limitate e in archivi piccoli, ma resi sapientemente accoglienti. Idee e spunti, come hanno sottolineato entrambe le relatrici, sono nati spesso ascoltando le domande dei partecipanti, venendo incontro alle loro curiosità e ai loro gusti (compreso uno spiccato gusto splatter per le cronache di epidemie) e assecondando anche le reazioni più divertite.

Completamente differente l’utenza con la quale si confronta Danilo Craveia, responsabile dell’Archivio aziendale Ermenegildo Zegna, che opera in un mondo, quello della moda, nel quale i ritmi di produzione e di obsolescenza sono vertiginosi. Suo, tra gli altri, il compito di “archiviare la comunicazione”, gestire cioè la mole di progetti, immagini e filmati realizzati per la promozione del marchio, tuttora materia prima per il lavoro di creativi e pubblicitari.

Decisamente favorevole la reazione del pubblico in sala, composto prevalentemente da colleghi e in grado di valutare, oltre alla qualità dei contenuti, le non poche difficoltà, economiche e organizzative, affrontate da chi opera nei Beni Culturali.

Lorenzana Bracciotti 

giovedì, 22.10.09

Comunicare la Storia 2: Il pomeriggio

Ore 15:30, Come si comunica la storia ai ragazzi di Massimiliano Macconi:

quando ho letto questo titolo mi è venuta voglia di andare al convegno. Siccome la mia tesi di laurea titola Teoria, uso e costruzione dell'audiovisivo e del documentario archeologico ho pensato che sarebbe stato interessante sentire le buone pratiche che sarebbero state descritte, per ampliare la mia conoscenza. Solo una parte piccola di quanto ho studiato, era infatti basata sullo scopo didattico. A discapito delle aspettative quanto è stato detto è risultato, a mio parere, alquanto datato,sia dal punto di vista della bibliografa in merito la didattica (perchè esiste una bibliografia sulla comunicazione e la didattica ai ragazzi ...), sia dal punto di vista delle buone pratiche: i filmati mostrati non vanno bene per il pubblico al quale è stato detto si dovevano rivolgere. Le tecniche didattiche, i supporti tecnologici e la narrativa per ragazzi (è da molto che esistono esperti e specialisti in materia che forse sarebbe bene consultare ) si fermano alle esperienze di un po' di decenni fa.  Insomma ognuno è libero di insegnare, comunicare e parlare come vuole, basta non ci facciano credere che sanno anche spiegare a ricercatori e comunicatori Come comunicare la storia ai ragazzi”; il titolo era decisamente ambizioso.

Ore 17:00, Presentazione del libro: La rivoluzione mercantile nel Medioevo:

Tiziano Mannoni racconta una storia fatta di uomini e della loro necessità di sopravvivere bene, guadagnando con il commercio, senza correre rischi. L'editore mette a disposizione alcune copie del volume costruendo una pagina positiva e molto piacevole della giornata.

Mentre l'unica vera comunicazione della storia è da attribuirsi a chi ha curato la grafica dell'evento che con una efficacissima illustrazione ha, da solo, colto il senso o il potenziale contenuto della giornata, complimenti quindi a Luigi Berio.

locandina

22/10/09

Matteo Sicios

Per il resoconto della sessione mattutina di Comunicare la storia leggi qui

lunedì, 19.10.09

COMUNICARE LA STORIA (forse) A GENOVA

Si è svolta a Genova il 15 ottobre 2009 la Tavola Rotonda “Comunicare la storia”, una giornata di studi lodevole negli intenti, ma che forse si è rivelata un po' inconcludente.

Organizzata in memoria di Geo Pistarino, compianto docente di Storia Medievale a Genova, che dalla sua cattedra spronava i suoi allievi a fare una ricerca storica che fosse esente da giudizi, ha visto dialogare storici e uomini di cultura sul problema del fare storia e (in misura minore) del comunicare storia.

Alla sessione mattutina il pubblico in sala era essenzialmente costituito da studenti delle scuole superiori genovesi. E subito, però, si è vista una falla negli interventi introduttivi: interventi che poco avevano di “comunicativo” sia nei modi di esposizione che nei tempi. Giudice imparziale in questo caso il pubblico stesso con i suoi sbadigli e la sua distrazione, del resto.

La seconda parte della mattinata la Tavola Rotonda vera e propria, pur se ha messo a fuoco alcune problematiche interessanti, tuttavia non ha approfondito la questione, che invece avrebbe dovuto essere centrale, del come si comunica la storia, con quale linguaggio e attraverso quali media. Piuttosto si è approfondito l'aspetto del come si fa storia, argomento importante certo, ma fuori tema rispetto al titolo della giornata.

Il coordinatore della Tavola Rotonda, Giulio Anselmi, giornalista direttore dell'ANSA, mette in guardia dal rischio di una storia fatta per uso politico e di quel modo di fare storia, che sta prendendo piede ultimamente, che rasenta l'esoterismo e il mistero: sono entrambe infatti letture fuorvianti che rischiano di portare messaggi sbagliati a chi vuole conoscere la Storia, quella vera.

Lo storico Franco Cardini si concentra sul come fare storia, partendo dall'idea di Nietzsche di una storia “legittima” fatta per il presente. Pur non parlando di comunicazione, si rivela alla prova dei fatti un ottimo comunicatore capace di attirare l'attenzione del pubblico. Ma, appunto, ci rimane oscuro il suo pensiero su come si comunica la storia.

Altro ottimo comunicatore è lo storico Alessandro Barbero, il quale parla del rapporto tra realtà storica e fantasia romanzesca. Per Barbero leggere un romanzo storico o vedere una fiction di ambientazione storica è un ottimo modo per avvicinare la gente alla storia. Di fatto fare storia a livello accademico comunque non è una cosa a se stante, ma sostanzia la vita di oggi fornendo comunque materiale per le storie romanzate. Sta prendendo piede  nel campo dell'editoria un filone di saggistica ad argomento storico adatto al grande pubblico dei lettori. Questi libri si distinguono dai manuali e dai volumi per addetti ai lavori per l'assenza quasi totale di note a piè di pagina, che sono però la materia prima di chi fa storia, perché riportano le fonti che il lettore deve essere sempre in grado di poter verificare. C'è il rischio per chi scrive saggi per il grande pubblico, che non essendo vincolato dall'uso delle note, possa sentirsi libero di non lavorare in modo preciso. Ma il bello della storia è la complessità. Comunicare la storia in modo non scientifico ha il grande vantaggio di avvicinare il pubblico, purché però si diano le opportune garanzie, altrimenti si rischia di creare una falsa storia. Barbero dà qualche spunto di riflessione, che meriterebbe senz’altro approfondimento. Da lui, però, ci si poteva aspettare qualcosa in più, data la sua esperienza in TV a Quark e quindi il suo contatto col mondo della divulgazione per il grande pubblico.

Lo storico José Enrique Ruiz Domenec prosegue poi il discorso di Barbero sottolineando come sia da sempre insito nella natura dello storico il raccontare la storia, a partire da Erodoto. Nel XX secolo si è creato il divario tra la storiografia accademica e la comunicazione ad un pubblico più ampio. Ora però la storiografia sta rispondendo alla richiesta del mercato editoriale. Domenec non aggiunge altro. Evidentemente anche in Spagna non si hanno molte idee su come comunicare la storia.

Manca totalmente a questo punto della mattinata, una qualche proposta, un’idea sul come comunicare la storia ai giovani in sala e in generale a chiunque. Ai pochi e scarni concetti espressi in merito non segue una riflessione più ampia, ed è un peccato, uno spreco visto che gli addetti ai lavori, gli storici, chiamati a relazionare sul tema hanno tutti terminato il loro intervento.  

E' seguita infatti poi una parentesi musicale, proposta da Gabriella Airaldi e Roberto Iovino, i quali hanno spiegato il ruolo ambivalente che ha la musica sia come fonte storica che come elemento mediatico, comunicativo, molto potente. Ma del come comunicare la storia anche qui non v’è traccia.

Eugenio Buonaccorsi ha poi parlato del rapporto tra il teatro, altra forma di comunicazione oltre che artistica, e la storia, a partire da I Persiani di Euripide fino al Teatro-Documento e dilungandosi sull'idea di storia di Brecht. Bisogna però stare attenti a non travisare: il teatro è una manifestazione artistica, come tale, così come il romanzo storico di cui parlava Barbero, può avvicinare alla storia, ma non può sostituirsi ad essa.

Infine Marco Sciaccaluga ed Eros Pagni, attori del teatro genovese, hanno concluso la sessione mattutina. Sciaccaluga in particolare ha decisamente interpretato un monologo improvvisato spronando con molta enfasi i giovani a voler conoscere la storia come dovere morale per non perdere la memoria storica. Sicuramente ha colpito nel segno. 

In sostanza, se da un lato si sono visti esempi pratici di buona comunicazione orale, a livello di contenuti si sono fatti solo rari accenni al come comunicare. Le domande che da più parti ci si pone, anche per altri campi, come l'archeologia, nel nostro caso, non hanno trovato risposta. Solo poche suggestioni, e altre domande aperte. 

19/10/09

Marina Lo Blundo

per il resoconto della sessione pomeridiana di Comunicare la storia leggi qui

mercoledì, 29.07.09

“TERRASANTA”. L’USO DEL MULTIMEDIALE ALLA COMMENDA DI PRÈ

Il 30 maggio 2009 ha inaugurato lo spazio espositivo della Commenda di Prè a Genova, in un allestimento basato essenzialmente sull’esperienza del Museo-Teatro grazie al lavoro del Teatro del Suono. Noi di Comunicare l’archeologia siamo già corsi a visitarlo.

Due sono i percorsi che si intersecano all’interno della Commenda: l’uno, a pannelli, più tradizionale, spiega il luogo, la Commenda, il suo ruolo nella Genova medievale, la sua funzione di ospitale lungo le vie di pellegrinaggio ecc.; l’altro è il percorso multimediale vero e proprio, ed è questo che ci interessa maggiormente. È attraverso il percorso medievale che si sviluppa infatti l’esperienza del Museo-Teatro: attraverso le numerose postazioni video ci viene raccontata una storia/più storie: il pellegrinaggio, il viaggio in Terrasanta, le Crociate… Nella maggior parte dei casi veri e propri fantasmi appaiono alle pareti della Commenda: gli attori interpretano di volta in volta lo spettro di cronachisti medievali tra cui il genovese Caffaro, o l’ebreo Beniamino da Tudela, oppure dei protagonisti più famosi delle Crociate, come Saladino e Baliano di Ibelin. In un altro caso i visitatori, a bordo di una nave ricostruita in una sala della Commenda, assistono ad un episodio di vita di bordo dal quale, leggendo tra le righe, possono cogliere informazioni sul pellegrinaggio e sulle condizioni dei viaggi per mare. Ancora, nell’antica cucina della Commenda i visitatori, novelli pellegrini che cercano ristoro nell’Ospitale vengono accolti dai Frati Ospitalieri e devono ascoltare la declamazione di tutta la lunga Regola da osservare all’interno della Commenda.

La Commenda viene aperta al pubblico con un allestimento scenografico che sicuramente divertirà il pubblico. Il tema scelto, la Terrasanta, tema di ampio respiro, è forse slegato dal contesto in cui viene ospitato, l’Ospitale della Commenda, che ha ben altra storia e ben altro ruolo ebbe nella città di Genova (e già solo questo basterebbe per un allestimento a sé stante). Lo splendido contenitore, che è la Commenda, rischia di essere messo in secondo piano da un percorso tematico estraneo alla sua storia: il che è un peccato, dato che lo scopo di tale allestimento è proprio far rivivere la Commenda.Un altro rischio, in cui il visitatore può incorrere, è quello di non riuscire a capire perfettamente il filo logico del percorso multimediale: si fondono e confondono, infatti, i vari aspetti del pellegrinaggio, del viaggio in epoca medievale, della Terrasanta e delle Crociate, senza che vi sia una netta distinzione tra dove finisce uno e dove inizia l’altro. In sostanza, si rischia che il visitatore esca soddisfatto perché ha visto qualcosa di nuovo, ma poco arricchito quanto ai contenuti.

Infine, una critica riguarda la scarsa visibilità della Commenda nell’ambito dei Musei Genovesi: di fatto, non vi è menzione di questa esposizione né sul sito dei musei di Genova né sul sito del MuMA. La visita alla Commenda è subordinata al MuMA, tanto che i visitatori del Museo del Mare possono sfruttare lo stesso biglietto per questa “dependance”. In caso diverso, la Commenda rischia di rimanere nell’oblio.

Marina Lo Blundo

28/07/09

martedì, 17.02.09

"Archeologia e architettura. Tutela e valorizzazione" in mostra a Genova

ARCHEOLOGIA E ARCHITETTURA TUTELA E VALORIZZAZIONE.

Progetti recenti in aree antiche e medievali.

Genova, 9-21 Dicembre 2008

Un aspetto lodevole di questa mostra è stato quello di aprire una finestra sul rapporto tra architettura e archeologia, mentre la resa (purtroppo) non è stata all'altezza.

Pur non avendo la pretesa di richiamare un folto numero di visitatori, ma nata più probabilmente da esigenze didattico-divulgative della Facoltà di Architettura di Genova per i propri studenti, il risultato finale vede praticamente l'assenza del fattore archeologico, utilizzato come elemento decorativo.

Ma di chi è la colpa? Probabilmente non degli organizzatori, almeno non del tutto. Forse c'è un'incapacità di fondo da parte degli archeologi di far valere la propria immagine professionale al di fuori del proprio ambito lavorativo o di non saperla valorizzare.

L'obbiettivo della mostra era quello di mettere in risalto la collaborazione tra le due categorie, da una parte il lavoro degli archeologi (scavo e studio) dall'altro gli architetti (recupero e valorizzazione).

Non mancano (anche se pochi) esempi interessanti e illuminanti: tra tutti il team composto da Maria Grazia Branciforti, Antonio Muscarà e Giuseppe Pagnano ha dimostrato ampiamente, nell'illustrazione del progetto “Catania, progetto esecutivo per la valorizzazione dell'area archeologica del teatro romano e dell'odeion”, come archeologia e architettura possano compenetrarsi: centrando in pieno le rispettive priorità lavorative, creando momenti di dialogo e confronto, sviluppando così un lavoro nell'insieme completo, reso comprensibile a un pubblico di diversa formazione da un linguaggio sia figurato che descrittivo semplice e chiaro.

In generale la mostra lascia un'impressione non positiva sia per il livello espositivo che per l'impaginazione dei pannelli: esteticamente bella, ma concettualmente poco comprensibile, se non per gli addetti ai lavori.

  

Serena Fassone

17/02/09

mercoledì, 21.01.09

Una nota sulla mostra "LA LIGURIA E LA GRANDE GUERRA"

La mostra audiovisiva “La Liguria e la Grande Guerra” prevedeva la presenza di installazioni audiovisive per raccontare le vicende di alcuni personaggi, militari, attraverso la lettura delle loro lettere. Per comunicare al pubblico questi dati, però, non sembrava strattamente necessaria la presenza dello strumento audiovisivo in quanto il testo di una lettera può benissimo essere trasmesso con il coinvolgimento dei sensi:

  •  1) vista: (normale pannello) e
  • 2) udito: (cono audio, usato per presentare altre lettere). Le immagini in movimento servono per trasmettere un contenuto che altrimenti non si renderebbe allo stesso modo, è il caso della testimonianza diretta resa come intervista audiovisiva.

In questo caso, invece, l’immagine in movimento serve solo per visualizzare l’attore, che è sempre lo stesso in tutti i video. Cito a  titolo d’esempio i video di Studioazzurro che presentano testimonianze di ex partigiani al Museo della Resistenza di Sarzana; in questo caso si vede sì un volto fisso, ma almeno è quello del testimone.

Ogni contenuto ha il suo strumento ideale per essere trasmesso. Installazioni per video, filmati e attori costano più di altri strumenti, le soluzione creative sono altre.

Matteo Sicios

martedì, 20.01.09

"LA LIGURIA E LA GRANDE GUERRA" in mostra a Genova

Si è conclusa il 6 gennaio 2009 a Genova – Palazzo Reale la mostra “LA LIGURIA E LA GRANDE GUERRA”. Per trattare un tema storico, qual è quello della Prima Guerra Mondiale, è stato scelto un allestimento multimediale, con il preciso intento di coinvolgere emotivamente il visitatore, mettendolo davanti all’esperienza interiore dei soldati, al vissuto dei protagonisti, non tralasciando però, ovviamente, l’esattezza della documentazione, che è alla base di qualsiasi esposizione di argomento storico, così come archeologico.
la liguria e la grande guerra

 Il concept della mostra era dunque “mettere in evidenza il vissuto dei militari, emerso da ricerche effettuate su corrispondenza personale, diari e altri manoscritti”, come recitava il lungo pannello introduttivo all’esposizione. Il percorso voleva evocare una trincea della I Guerra Mondiale, in un ambiente cupo reso ancora più drammatico dall’audio, voci di soldati che leggevano stralci di lettere dal fronte, e dallo sfondo di immagini di guerra e distruzione in rosso che si susseguivano sulle pareti.

Ma punti centrali della mostra erano, nelle intenzioni dei curatori, i filmati che facevano parlare, attraverso la voce narrante di un attore, le principali personalità liguri coinvolte nel conflitto. In essi era costante presenza fisica dell’attore, sullo sfondo di immagini d’epoca legate in vario modo al soldato di volta in volta protagonista

A conclusione del percorso, nei commenti lasciati dai visitatori sembra di poter leggere che è avvenuta una completa assimilazione/immedesimazione del pubblico, tale da non fare avvertire il distacco che comunemente si prova quando si “vede” o si “visita” un’esposizione. Il percorso è stato “vissuto”: è stata trovata evidentemente la giusta chiave per coinvolgere emotivamente ogni singolo visitatore. In questo senso è stata fatta una buona comunicazione.

 

Ma ora è giusto muovere qualche critica, con la speranza che possa magari risultare utile, dato che è in programma, da marzo, la seconda parte di questa mostra/evento.

Innanzitutto il lungo pannello iniziale: troppo, perché tutti i visitatori potessero leggerlo. Questo è un peccato, perché come si diceva all’inizio, qui era spiegata l’essenza della mostra e la chiave di lettura di tutta l’esposizione.

Un’altra pecca sono, nel corridoio, le microdidascalie a corredo delle nicchie, che si leggevano a fatica sia perché erano piccole, sia perché intorno era buio.

La causa scatenante della mostra, ovvero il restauro del sacrario a Staglieno, è stata messa da parte, isolata e nascosta, col rischio che, quando finiva il percorso, il visitatore si dimenticasse di vedere questa sezione. Si trattava, tra l’altro, di pannelli fittissimi di testo scritto in carattere piccolo e di difficile comprensione. Il risultato? Due mostre totalmente estranee e persino slegate. Sarebbe stato opportuno cercare una soluzione di compromesso piuttosto che due esposizioni diametralmente opposte.

Marina Lo Blundo

venerdì, 12.12.08

UNA FIRENZE COSI’ NON L’AVETE MAI VISTA!

Era da anni che a Firenze si chiedeva a gran voce da più parti di rendere noti i risultati degli scavi archeologici: primo fra tutti il compianto Riccardo Francovich urlava a gran voce la necessità di restituire alla città la propria storia. Denunciava la carenza di informazione e l’inesistenza di pubblicazioni sia nel corso di conferenze pubbliche (si ricorda il 25° anniversario della rivista Archeologia Viva, il 19 maggio 2006 a Palazzo Vecchio), sia per iscritto, ad esempio dalle pagine di Archeologia Viva (due occasioni: un’intervista rilasciata alla rivista e pubblicata sul numero 112 di luglio/agosto 2005 e il dibattito che ne seguì, sul numero 113 di settembre/ottobre 2005). Compito primario dell’archeologia è, oltre la scoperta, la comunicazione di essa a chi ne dovrebbe fruire, i cittadini. Se non si crea un rapporto di interazione tra cittadinanza e archeologi allora il nostro lavoro è del tutto vano.

In quelle circostanze quindi Francovich sostenne il ruolo dell’archeologia nella società come veicolo di educazione: la ricerca archeologica deve avere un’utilità sociale e per questo gli archeologi devono concentrare gran parte del loro impegno nel comunicare al meglio, e nella forma più comprensibile, i risultati delle proprie ricerche (...) O trasmetti in modo chiaro quello che stai facendo oppure hai fallito il tuo compito (Archeologia Viva, n. 112/2005).

Soprattutto si accalorava molto parlando della situazione della sua città, Firenze, dalla doppia veste di cittadino e ricercatore, denunciando che scavare nel centro della città lasciando all’oscuro dei risultati la cittadinanza è stato un lavorare ‘contro’ e non ‘per’ la collettività(Archeologia Viva, n. 112/2005).

Già un anno dopo la sua morte, un incontro organizzato dal comune di Firenze “Nel cuore di Firenze” tenutosi a Palazzo Vecchio proprio per celebrare la vita e le opere di Francovich e il suo fervore nel sostenere il ruolo dell’archeologia come fonte di autocoscienza e di sviluppo, anticipava che presto si sarebbe fatto qualcosa per colmare il vuoto di informazione cui i cittadini hanno diritto.

ED ECCO COSA È STATO FATTO.

Oggi finalmente vede la luce un evento, meglio, una serie di eventi, che mira a restituire ai fiorentini la propria storia più antica. La Florentia romana vede finalmente la luce e raggiunge la notorietà grazie a “Memorie dal sottosuolo. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta”, evento organizzato dall’Assessorato alla Cultura di Firenze in collaborazione con la Cooperativa Archeologia. Ogni prima domenica del mese fino a giugno 2009 si propone un percorso attraverso la città romana che finalmente viene presentata ai suoi cittadini.

Il primo di questi appuntamenti si è svolto domenica 7 dicembre 2008. I visitatori cominciano il loro percorso al museo storico-topografico “Firenze com’era”; qui viene loro fornita la bibliografia di riferimento e soprattutto le slides di un power point in cui sono illustrate tutte le scoperte archeologiche riguardanti la Firenze romana: iniziativa degna di lode, perché consente di rielaborare in un secondo tempo, per conto proprio, la mole di informazioni che verranno acquisite nel corso della visita.

Il percorso inizia quindi proprio dal museo, più precisamente partendo dal plastico della città romana com’è stata ricostruita sulla base dei ritrovamenti archeologici degli ultimi anni. Davanti ad esso i visitatori sono invitati a riconoscere i monumenti principali e il tracciato delle mura della città romana. Il museo appare al pubblico in una veste nuova: non è più solo un mero contenitore di reperti archeologici, ma è il punto di partenza per un viaggio nel luogo fisico, la città, in cui tali reperti trovano la loro contestualizzazione.

Dopo questa necessaria introduzione topografica, inizia il tour vero e proprio della città romana, una sorta di Urban Trekking che non tiene conto dei monumenti rinascimentali per i quali Firenze è famosa, ma che va alla ricerca delle tracce più antiche del capoluogo toscano. Per la prima parte del percorso si tratta di un tour virtuale, in quanto i visitatori ripercorrono nella città moderna l’antica viabilità e l’antico tracciato delle mura, sono invitati ad immaginare l’antica posizione della porta settentrionale della città (in piazza San Giovanni), poi del foro (ricalcato completamente dall’attuale Piazza della Repubblica), scoprono che alcuni importanti ritrovamenti (come uno stipite della porta monumentale e l’impluvium di una domus) sono conservati, e quindi visibili, nel Cortile dei Florentini annesso al Museo Archeologico. Il percorso passa attraverso Piazza della Signoria e si ferma in via del Proconsolo nel manto stradale della quale è tracciata l’impronta di una delle torri circolari che costellavano le mura romane. La traccia fu evidenziata all’epoca degli scavi in modo che i cittadini la potessero vedere, ma nessuno ci fa caso se un archeologo non la fa notare...

Infine si entra nel ventre di Palazzo Vecchio, la vera attrattiva della visita. Qui sono tuttora in corso gli scavi che giorno dopo giorno portano in luce il teatro romano e tutta la successiva stratificazione medievale che la costruzione del Palazzo Vecchio ha obliterato per sempre (o quasi).

Questa visita inconsueta e per molti aspetti inedita ha molti spunti buoni e svolge in maniera soddisfacente l’esigenza di comunicare l’archeologia ad un pubblico eterogeneo. Oltre alla distribuzione a ciascun partecipante delle slides con il riferimento preciso (con tanto di posizionamento sulla cartina della città) ai ritrovamenti archeologici e della bibliografia per chi fosse interessato ad approfondire, nel corso della visita viene utilizzato un linguaggio semplice e ricco di collegamenti col reale (molto azzeccato a mio parere definire il foro chiuso al passaggio dei carri “la prima zona blu della città”) e dando riferimenti topografici precisi in modo che i fiorentini si possano orientare immediatamente. Utile sottolineare come il capitolium della città che si affacciava sul foro è rimasto nella memoria storica nella vicina via del Campidoglio; utile far notare la traccia della torre delle mura evidenziata nel manto stradale che nessuno altrimenti avrebbe notato. Utile, anzi, vantaggioso, mostrare ai cittadini gli scavi in corso all’interno di Palazzo Vecchio, mostrando loro le problematiche di uno scavo archeologico e dando gli strumenti basilari per capire la complessa stratigrafia.

Chi conclude la visita ha la sensazione di essere venuto a parte di un segreto che solo pochi conoscono: l’obiettivo di rendere finalmente i cittadini consapevoli della loro storia più antica è raggiunto, anche se molto ancora bisogna fare. Chi partecipa a queste visite torna a casa ritenendosi un privilegiato. L’obiettivo però è quello di rendere accessibili a tutti le scoperte archeologiche riguardanti la Firenze romana, di restituire a tutta la cittadinanza la conoscenza del proprio passato. Queste visite guidate, così dilazionate nel tempo e riservate a pochi piccoli gruppi per volta, sono sicuramente una lodevole iniziativa, che riesce a comunicare al meglio l’archeologia della città, ma non sono che una goccia nel mare rispetto a ciò che potrebbe essere fatto per avvicinare i fiorentini all’antica Florentia. Non pochi privilegiati, ma un privilegio per molti, dovrebbe essere il motto.

Tuttavia qualcosa si è mosso. Prendendo a confronto un caso come quello genovese, invece, vediamo che ancora molto è da fare in fatto di comunicazione ai cittadini del proprio passato, come ad esempio la città medievale. È auspicabile che anche per Genova, come per Firenze, si metta in moto qualcosa, come ad esempio percorsi di Urban Trekking che avvicinino i genovesi ai loro edifici storici.

 10/12/08

Marina Lo Blundo

domenica, 27.01.08

Saper comunicare la storia: Alberto Angela, Una giornata nell’antica Roma

“Una giornata nell’antica Roma. Vita, segreti e curiosità” non è senz’altro un libro di archeologia o di storia romana. Né vuole esserlo. L’autore non è un addetto del settore, non è uno storico né un archeologo, ma è un personaggio che della comunicazione in quanto divulgazione ha fatto il proprio mestiere: Alberto Angela, che da anni conduce trasmissioni televisive e documentari a carattere divulgativo, sui più svariati argomenti, dalle scienze alla storia e all’archeologia. E il linguaggio da documentario è proprio il carattere più specifico di questo libro, scritto come se l’autore fosse presente, contemporaneo ai fatti che mostra, come se lui ci facesse da guida in una giornata tipica della Roma del 115 d.C.

Nelle sue pagine, Angela riesce a descrivere abilmente, avvalendosi di esempi esplicativi forse a volte anacronistici, ma efficaci, gli ambienti in cui si trova, gli oggetti con cui viene a contatto, le persone che affollano le vie; con una prosa scorrevole descrive le architetture, gli usi e costumi degli abitanti di Roma, accogliendo spesso, magari, particolari “piccanti” che contribuiscono a tenere alta l’attenzione. Perché il problema di un libro che parla di storia antica, e questo Angela evidentemente lo sa bene, è che inevitabilmente si riduce ad essere un insieme di dati, di descrizioni, di eventi, che poco spazio lasciano all’immaginazione, e che si rivolge ad un pubblico selezionato. Ben altro è il pubblico di Angela: “Una giornata nell’antica Roma” è per tutti, per un pubblico vasto che non è intimorito dal lessico, tutt’altro che difficile, e dall’argomento, che è reso nel modo più leggero possibile, proprio per invogliare alla lettura. Il lettore cade così nella “trappola” del comunicatore, una trappola costituita da una serie di elementi: innanzitutto il linguaggio, accessibile a tutti, assolutamente non forbito, ma quasi colloquiale, con un discreto impiego anche di termini di lingua inglese ormai entrati nell’uso comune; la suddivisione in capitoli che ricalcano le ore della giornata, con il risultato di avere tanti paragrafi brevi, che senz’altro rassicurano chi legge. L’impostazione stessa dell’opera è mirata a coinvolgere il lettore, che è accompagnato dall’autore stesso per le vie di Roma, e insieme all’autore vede le domus, entra alle terme, assiste agli spettacoli nel Colosseo. Tutto questo è reso grazie a descrizioni scritte magistralmente, in modo da dare al lettore tutti gli strumenti per immaginare il luogo in cui si trova. Leggendo, in realtà sembra di assistere ad un documentario su Roma antica.

Il trascorrere della giornata a Roma è intervallato da appositi paragrafi, intitolati “Curiosità” in cui si trattano approfondimenti volti a spiegare questo o quell’aspetto della vita, dell’architettura, della cultura, dei romani.

Spesso viene citato il lavoro degli archeologi, facendo riflettere sul fatto che senza la loro attività non si avrebbe notizia di molti aspetti della vita dei romani, di quella vita, quindi, che ora il lettore sta imparando a conoscere e ad apprezzare. A questo proposito voglio citare due spunti di riflessione che l’autore suggerisce, due “trappole” nelle quali il lettore è portato a cadere: “L’archeologia ha questo di magico: per un attimo vi fa rivivere mondi perduti, vi fa incontrare chi non c’è più, e vi coinvolge nella vita quotidiana di tanti secoli fa. Nessun effetto speciale può dare un’emozione così forte...”; la seconda citazione dà invece grande importanza alla cultura materiale e al ruolo dei musei: “Chissà, magari l’oggetto...verrà ritrovato dagli archeologi tra diciotto secoli e finirà in una collezione...E’ un oggetto comune, di quelli che i visitatori dei musei guardano solo distrattamente: ma a vederlo nascere e ad ammirare la perizia e la cura che impiega questo artigiano, sembra un piccolo capolavoro. Tendiamo a dimenticarlo, ma questa dimensione ‘umana’ appartiene a ogni oggetto esposto nei nostri musei, anche quelli più semplici e umili. Se solo si riflettesse su come sono nati, o sull’impegno che li ha prodotti, aumenterebbe il loro interesse in chi li guarda, al di là del vetro”.

L’opera di Angela non si pone certo come libro di storia per gli addetti ai lavori, ma nasce essenzialmente come testo divulgativo per il grande pubblico, con l’intenzione e la speranza che sempre più persone si appassionino alla storia e all’archeologia. Per scriverlo si è ovviamente basato su dati archeologici e su studi storici, su capisaldi per lo studio della storia romana (come il Carcopino, che cita in più di un’occasione), amalgamando quindi una serie di informazioni di per sé rigorose, ma magari un po’ sterili per i più, in un insieme il più possibile accattivante. Fa riflettere il fatto che un tale libro, con questi intendimenti, sia opera di un documentarista e non di un archeologo. Senza dubbio chi si occupa di comunicazione in archeologia troverà in questo volume notevoli spunti per capire come si deve scrivere o raccontare la storia, se si vuole suscitare interesse in un vasto pubblico. E il grande successo di quest’opera, che è in testa alle classifiche dei libri più venduti nell’ultima settimana, parla da sé: gli italiani vogliono conoscere la propria storia, sono interessati all’archeologia, ma non riescono a trovare un interlocutore adeguato che gliela spieghi in modo semplice e non troppo impegnativo.